Il piano per la rapa del secolo era pronto da almeno due mesi, grazie alla regia attenta di Termophili, canuto musicista tombeur de femmes e noto genio del male dell'hinterland udinese.Una talpa all'interno della Cassa di Credito Rurale e Artigianale di Coseano di Castions delle Mura aveva informato il Cretese, appena uscito dal gabbio per aver truffaldinamente tentato di acquistare dei frigoriferi al Mercatone Zeta pagando con assegni a vuoto, che ci sarebbe stato un accumulo di denaro che avrebbe superato i sette milioni di euro. Il cugino del Termo, il Predatore, avrebbe pensato all'organizzazione tecnica anticipando i soldi necessari all'acquisto dell'attrezzatura. La banda era al completo, in tre si sarebbero divisi il fantasmagorico bottino vivendo come nababbi tra piramidi di bamba e manipoli di troiette arriviste fino alla fine dei loro giorni, anche se, al momento, c'era qualche casino nella spartizione dei pippi,visto che settemilioni diviso tre fa 2333333.33333333 e, anche scervellandosi , non riuscivano a capire bene come cazzo fare con i centesimi . Non avevano sparso la voce per non destare sospetti, a parte qualche tentativo di volantinaggio del Termo, avvallato dal Preda, che provava a pubblicizzare lo storico avvenimento atteggiandosi alla Aresenio Lupin "così tanto per rimorchiare un po' di figa", diceva lui. Il Crete avrebbe fatto irruzione nella filiale travestito da donna in menopausa, con un mitra Winston Balanced Blue, fabbricato nella marca trevigiana, occultato dentro a una vecchia custodia di violino di una sua zia manichea amante del kamasutra, il Preda avrebbe fatto il palo seduto al tavolino mezzano del bar Wow nascosto da un parrucchino e da baffetti posticci, mentre il Termo avrebbe aspettato in macchina facendo attenzione a mantenere alti i giri del motore. Macchina? " Porca di quella troia puttana", sospirò il Crete con fare comandino, dobbiamo rubare un auto da qualche parte. L'idea iniziale del genio del male era quella di impiegare la vecchia opel corsa della sua morosa cammuffandone la targa con dei gessetti, ma avevano tutti convenuto che sarebbe stato rischioso, " metti che un cane ci pisci sopra", esclamò il Preda. Decisero quindi di impossessarsi del Suv di un ristoratore indiano,Parvin Orgin, detto il Caimano del Ledra a causa delle dimensioni sovrumane del suo pene esterofilo. Si avvicinarono di soppiatto alla vettura parcheggiata di fronte al locale ma, purtroppo, il Termo aveva clamorosamente cannato il giorno di chiusura per turno di riposo.I tre, incuranti del pericolo, decisero che bisognava andare avanti in qualsiasi caso. La luna venne oscurata da miliardi di cavallette che sciamavano stancamente verso Sharm El Sheik, poi iniziò a piovere. Sfiga volle che, proprio in quel momento, si svolgesse la cena di addio all' arma del maresciallo Virgallo, comandante della stazione dei carabinieri di Stregna, alla quale partecipavano un centinaio di persone, tutti appartenenti ai tre corpi, pula, canarini e caramba. Il suono dell'allarme trovò i ragazzi impreparati, il Preda si inciampò sul ginocchio a punta del Termo sfondando il finestrino del macchinone inquinante perdendo immediatamente conoscenza, il Crete tentò vigliaccamente la fuga da par suo, ma venne steso dal cartone di un eroico passante nigeriano, tale Alì Mammadù.Arrestati e condotti nella casa circondariale di via Spalato si sono tutti rifiutati, tranne il Termo che voleva tirare su figa, di rilasciare dichiarazioni all'inviata di studio aperto edizione delle tredici.Dividono la cella da quattro con Alì Mammadù,eroico passante nigeriano, incannonato come clandestino irregolare e condannato a dieci anni per direttissima senza le attenuanti generiche.
Mi sono addormentato qualche minuto dopo il tuo ultimo messaggio, ti avevo già salutata via sms, o forse un'ora più tardi, colpa dell'adrenalina, o non so quando. Ho chiuso gli occhi a cinque chilometri da te, dopo esserti stato accanto fino all'arrivo della luce, senza aver ascoltato Chaplin. Cazzo quanto volevo fare l'amore, spaventato come un piccolo adolescente alle prime armi, che adesso sono così, poco più grande di un piccolo adolescente alle prime armi, e ho capito come fare quando non ce la faccio, leggo una cosa che hai scritto, allora va meglio, allora posso ricominciare a respirare di nuovo. Ho fatto il test, due palle infuocate, poi di nuovo, tre palle infuocate e giù dritto all'inferno, "la boccolosa avrà fatto peggio" ho pensato, e per questo ho sorriso, mentre preparavo i bagagli, se mai tu dovessi partire all'improvviso e mi volessi accanto. Sento ancora quelle fitte all'anima, e leggo, e leggo, e leggo, è solo la tua assenza, ma lo sapevo, mi dico, e penso che ti hanno bucato il braccio e mi dirai se ti hanno fatto male,lo farai presto, prima che io abbia paura di nuovo, così che possa strapparti di dosso quel malinconico decadentismo che sento anche mio da sempre, ma solo se lo chiederai, se ti importerà. Non ti lascerò sola quando non vorrai rimanere sola, perchè ti amo così, a bassa voce, appoggiato al muro con i riccioli spettinati, ti amo piano, mentre cammino di notte attraverso la città nuda, ti amo quel tanto che basta per sapere che ti amo, mi allaccio le scarpe e vado incontro a chi mi vuole male, poco più grande di un piccolo adolescente innamorato, quasi bello, coraggioso e pieno di te.
Il Pinchio ha detto che sono una bestia, mi ha strappato un sorriso, davanti al bancone del solito bar senza luce,l'ha detto con cattiveria, avevo le mani appoggiate alle tempie, strette , e lo sguardo scientificamente scanzonato, mi facevano male i piedi e volevo mangiare. C'è qualcosa che non va in me, dev'essere la voglia di vivere, dev'essere la voglia di morire, dev'essere questo nuovo e immorale senso di inadeguatezza, il richiamo dell' ego borderliner, me l'aspettavo. Mi viene da vomitare a ogni metro, in via Mercatovecchio, in via Manin, in via Treppo, fino a casa, e piscio per due minuti, dentro al cesso rosa, piscio e rimuovo tutto senza sognare più niente, apro il balconcino e il mio cane bianco e nero a pois mi chiama guaendo e imitando le foto degli animali abbandonati ai caselli autostradali, i fiori notturni del giardino cominciano a diffondere i loro profumi di ammorbidente, il sole in discesa chiede attenzioni fotografiche che non ho voglia di concedere, corro fuori e mi confondo con l'erba appena abbattuta dal vecchio decespugliatore, sento l'umidità della terra che mi attanaglia la schiena e la riempie di brividi estivi e di ricordi al ghiacciolo e chinotto, il fragore delle foglie semoventi rallenta i rantoli del mio cervello fino a bloccarli in stand by. Rimango così, con tutto quello che ho di me.
Aveva le mani sudate e faceva tenerezza, oltre che schifo. I suoi occhi si lasciavano leggere, dis pe ra zio ne, lo facevano continuamente, ogni sguardo nascondeva acqua e sale, qualcosa scendeva dai condotti confinanti con le ciglia, non tanta roba, qualche luccichio sbiadito, solo ogni tanto. Le sue parole, senza volume, riempivano lo spazio che ci divideva, so li tu di ne, si intuiva il languore di alcuni ricordi belli, il rimpianto di vergognosi gesti non voluti, l'amarezza provocata da un addio acerbo. Cosa cazzo voleva, con quella mano a cercare il mio braccio, la mia spalla, una carezza mi è sfuggita, non so spiegarmi come,e mi si è rotto il cuore. Odiavo quell'uomo, eppure. Se una mia frase, poi, pronunciata con timore, diluita dentro alcuni secondi di silenzio, ssss tronzo, se l'avessi saputo insomma, che forse a volte bisogna anche sorridere, vaffanculo, puzzava di morte lui, rancoroso e rassegnato, come se sapesse di avere sempre sbagliato ogni cosa, come se le sue decisioni non contassero più, finiva per sputare senza dire, non c'è stata pena nel mio ultimo abbraccio, solo squallore, e non mi sembrava vero vederlo andare via lontano, traballante, con quel peso nero sulla testa, padre senza più figli, sorretto solo dalla certezza del mio perdono.
Se ne stava lì, seduto, con le gambe incrociate, la barba folta e curata, i capelli bianchi, lunghi, spettinati lievemente dal tiepido vento primaverile, un sorriso largo sotto il naso ingobbito e lungo, gli occhi marroni, malinconici e divertiti, curiosi, la camicia azzurra stirata, un completo grigio scuro Pal Zileri quattro bottoni liso nei risvolti, delle Converse bianche di pelle scucite ai lati, un buon odore da pensione Les Invalides, quella al 129 di rue de Grenelle, si slega dall' asfalto e si dirige verso la Torre Eiffel, la supera camminando fino al Campo di Marte, si stende sul prato curato e verde, di fianco a una famiglia di turisti canadesi e a un gatto randagio bianco e nero, si addormenta dopo trenta secondi, muore dopo un minuto,con il sole in faccia e le suole sporche di merda.